Dilaga la mania dei pubblici “mea culpa”: ipocriti e auto-promozionali
Dilaga dunque la sorry-mania. Marco Paolini accusa ingiustamente di razzismo un ferroviere e poi chiede pubblicamente scusa. Bruce Springsteen mette in vendita il suo nuovo disco esclusivamente in una catena di grandi magazzini e poi chiede scusa ai fan se si è lasciato prendere la mano dall'ufficio marketing. Chiede (mezze) scuse perfino Adriano Sofri riconoscendo (implicitamente) di essere stato un cattivo maestro, quando ha sparato parole di odio che altri hanno trasformato in pallottole odiose.
I giudici italiani sono meglio disposti a concedere semilibertà e sconti di pena se l'omicida chiede e ottiene le scuse dei famigliari delle vittime. Ma, proprio come l'ignoranza della legge non scusa, così non scusano le scuse - quelle pubbliche e ostentate - diciamoci la verità. “Ho ucciso suo marito, signora, perché volevo cambiare il mondo. Accetti le mie sincere scuse”. “Sì, ho travolto sua figlia quella notte. Ma non l'avevo vista, avevo bevuto troppo. Le chiedo scusa”. “Ho stuprato la sua fidanzata, ma non c'ero con la testa, mi ero fatto di coca, non ero più me stesso. Scusi tanto”.
No, non funziona. I gesti gravi, madornali, irreparabili non sono “scusabili”. Semmai, dopo molto tempo e vero pentimento, potrebbero essere oggetto di privatissimo, non sbandierato, “perdono”. “Vent'anni fa hai ucciso mio padre. Capisco che eri una persona diversa. Che non hai riflettuto su quel che facevi. Perdonali, sta scritto, perché non sanno quel che fanno. Il male che hai compiuto è incancellabile. La responsabilità penale e morale non te la posso alleggerire. Ma ti regalo la mia non-vendetta, il mio non-odio. Non mi auguro che tu venga ucciso come mio padre o che tu soffra come ho sofferto io. Ti condono il tuo debito, non lo esigo, non voglio strapparti il cuore. Ti concedo di vivere ancora senza il mio rancore, nonostante quello che hai fatto. Non invoco su di te la maledizione, ti lascio andare in pace dato che hai chiesto il mio perdono dopo aver espiato la tua colpa”.
Su quest’unico piano, interpersonale e intimo, oltre che in una dimensione spirituale, la richiesta di scusa e il perdono hanno un senso.
Le scuse che vanno sui giornali, i “mea culpa” strumentali, pubblicitari e palesemente insinceri, sono teatrino pubblico, e basta.
Sono scuse a denti stretti, mugolii di scuse false, come quelle dei bambini costretti dai genitori (o di Kevin Kline obbligato a farlo dalla “sorella” Jamie Lee Curtis in “Un pesce di nome Wanda”, uno dei film più divertenti dello scorso secolo).
Sarebbe più onesto e perfino elegante, invece di chiedere l'abusata scusa, dire: “Mi dispiace, ho detto (fatto, scritto) una scemenza, una stupidaggine, una cretinata”. Insomma, per dirla chiara e tonda, una “bullshit” (tecnicamente, letteralmente “stronzata” di bue, quindi grossa).
Se per esempio Esse Bì, invece di smentire in continuazione se stesso o di accusare le malevole interpretazioni della stampa ostile, annunciasse in periodiche conferenze stampa: “Concittadini! La settimana scorsa ho detto 14 bullshit, me ne dispiace, cercherò di migliorare. Ora intanto ve le elenco...” ci risulterebbe ancora più simpatico. Se il focoso Tonino Dipì manca di rispetto al presidente Napolitano, non ha molto senso invitarlo perentoriamente a chiedere scusa al Quirinale, visto che voleva esattamente provocare lo scandalo. Semmai, Tonino potrebbe tornare davanti alle telecamere (non fa un'eccessiva fatica, a concedersi) e dire: “Ribadisco le mie critiche al santo padre laico degli italiani, per i suoi silenzi, ma effettivamente ho detto una sesquipedale bullshit accostando il vecchio galantuomo comunista alla cultura mafiosa di Totò Riina”.
Perché gli umoristi, di sparare bullshit, hanno piena licenza. Ma se fanno pure gli statisti, hanno l'obbligo di correggersi, in trasparenza.
Basta che la smettano di chiedere scusa all'opinione pubblica. Perché, come ebbe a scrivere un altro umorista, P.G. Wodehouse, “È buona regola nella vita non scusarsi mai. La gente come si deve non sa che farsi delle scuse, gli altri se ne approfittano in modo indegno”.