Il web, ovvero il bastone sul cane che affoga
Alex Schwazer. Ancora lui, sempre lui. In questi giorni non si parla d’altro. Un aspetto, tra i tanti analizzati e analizzabili, è particolarmente interessante. Il clamoroso linciaggio del web
Alex Schwazer. Ancora lui, sempre lui. In questi giorni non si parla d’altro. Un aspetto, tra i tanti analizzati e analizzabili, è particolarmente interessante. Il clamoroso linciaggio del web. Tra i tantissimi tweet e commenti e status che ho letto, alcuni hanno ovviamente accusato i giornalisti. «Voi giornalisti, vergogna». «Giornalisti, ricordatevi di Pantani». «Giornalisti come sciacalli». Ho seguito con attenzione la vicenda in questi giorni, di certo mi sarà sfuggito qualcosa, di certo qualcuno ha calcato troppo o troppo poco la mano, ma i veri colpevoli del linciaggio - giusto o sbagliato che sia - non sono certo i giornalisti. Sono le persone. I giornalisti hanno riportato la cronaca dei fatti. I giudizi li hanno dati le persone. Giudizi dati ancor prima delle ammissioni di colpa, ancora prima che il nome fosse ufficiale, ancora prima di sentire e capire.
L’effetto collaterale della truffa sportiva di Schwazer (di questo si tratta e, con una bella dose - evitiamo la battuta - di buonismo e populismo posso anche aggiungere che non ha ucciso o fatto male a nessuno) potremmo chiamarlo insulto social. Ok la battuta, ok il commento, ok la presa di posizione, ma la voglia di infierire, di insultare, di affondare ancora di più una nave già sul fondo, questo non va bene.
Persone che probabilmente non praticano sport, non seguono nemmeno le gare olimpiche, ma che sono prontissime e velocissime a digitare sentenze sul proprio pc. Pronte non tanto a giudicare (con quale diritto?) ma ad insultare. E la cosa strana è che ci mettono pure la faccia: i commenti più cattivi arrivano su Twitter e Facebook, dove, a fianco dell’insulto, c’è un nome, un cognome e spesso un volto. Una fotina magari carina, con gli occhiali da sole e con un sorriso accattivante, o con il costume e lo sguardo da seduttore. Non certo la stessa espressione di Schwazer, che in questi giorni vediamo con occhi lucidi, mani sul volto e labbra morse. E mi chiedo: queste persone ripeterebbero quello che scrivono guardando negli occhi Alex?
Un altro aspetto interessante è come le situazioni cambino repentinamente sui social network. Faccio una rapida, poco statistica e magari poco significativa analisi, basata sui Tweet con hashtag #Schwazer e sui commenti giunti sul profilo Facebook dell’Adige. Quando esce la notizia il 99,9% dei commenti e dei tweet sono di accuse e a volte insulti contro Schwazer. Per un giorno la percentuale non cambia. Poi arrivano le dichiarazioni ufficiali e le ammissioni di colpa, e siamo ad un 85% di accuse e ad un 15% di «comprensione». Poi arriva l’intervista al TG1: le lacrime e l’onestà cambiano ancora le percentuali (70% e 30%, circa). Oggi, infine, arriva la lunga conferenza stampa, con un ragazzo provato, distrutto, ma onesto e sincero, che ci mette la faccia. E direi che con i commenti siamo arrivati da un 50% e 50%.
Infine l’ultimissima considerazione: la genialità, intesa come sagace ironia, di alcuni tweet. Eccone una piccola parte:
- #Schwazer: «Mi sono dopato in Turchia». Kebabbeo.
- Quanto accanimento su #Schwazer. Ci si accanisse così per quelli che non fanno lo scontrino saremmo la Svizzera. Ma noi siamo l'Italia.
- #Schwazer tranquillo anche io mi dopo per fare sport. Quando mi chiedono di andare a correre rispondo sempre "dopo".
- #Schwazer in lacrime al Tg1. Su Alex, poteva andarti peggio, tipo finire al Tg4.
- #Schwazer: "Ho sbagliato, la mia carriera è finita". Cavoli oh, la stessa reazione degli juventini quando vengono beccati.
- #Schwazer: "È colpa mia". Il padre: "E' colpa mia". La fidanzata: "E' colpa mia". Social doping!!!
- #Schwazer Il primo italiano nella storia ad ammettere di aver sbagliato, è un tedesco.
- Entro domani #Schwazer sarà incriminato per il calcioscommesse, la strage di Denver, l'11 settembre e l'omicidio di Meredith.