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Le città di montagna

La sorpresa dell’ultima stagione cinematografica italiana è stata Le città di pianura, un film orgogliosamente provinciale, presentato come anticonvenzionale, dispettoso, persino politicamente scorretto (ma che in realtà si ferma prima di riuscire a essere ciascuna di queste cose). La dichiarazione d’intenti è sembrata molto chiara: essere il perfetto controcanto ruspante al cinema delle città, degli ambienti romano e milanese, dell’affettazione estetica, del circolo chiuso dei “cinematografari” (per dirla con un titolo, La grazia di Paolo Sorrentino). E se pensiamo che la stagione scorsa era stato Vermiglio a catturare l’attenzione generale, il gioco è presto fatto: la provincia si prende il centro, la periferia – non quella urbana, ma quella lasciata fuori dall’immaginario metropolitano – è raccontata come il cuore sincero di un’Italia dal volto sempre più confuso (al netto dei tentativi identitari e pseudo-patriottici di certi discorsi pubblici e politici).

Ma cos’è questa novità del cinema provinciale? E quanto di questo discorso potrebbe riguardare il Trentino e le sue manifestazioni artistiche e culturali? Nel prevedibile flusso di produzioni che proveranno a ripercorrere la strada del successo di Le città di pianura, uscirà fuori un Le città di montagna che racconti luoghi, e non-luoghi, alpini contemporanei? Vermiglio non possiamo considerarlo, in questo senso, perché il suo quadretto montano aveva, al proprio centro, una dimensione storica ormai piuttosto distante.

Proviamo a rispondere cominciando col dire che le colonne portanti di questo cinema provinciale non sono poi così nuove: Le città di pianura si inserisce compiutamente nella tradizione agrodolce della commedia all’italiana, in cui un po’ si ride, un po’ ci si commuove, un po’ si riflette e un po’ ci si diverte. I suoi riferimenti sono piuttosto espliciti: chi non ha pensato a Il sorpasso vedendo come due adulti rimasti adolescenti spiegano come vivere a un giovanotto prematuramente anziano? E in questi bambinoni viziosi e malinconici, come non riconoscere una paternità cinematografica dei personaggi di Amici miei, La grande abbuffata o anche Marrakesh Express?

 

Se non nei temi e nella costruzione narrativa, è forse nella creazione di una particolare atmosfera la novità di questo cinema provinciale? E quale atmosfera, quali immagini ci vengono restituite dalla stramba avventura on the road dei due sbracati protagonisti con lo studente di architettura fuori sede? E in quanto di tutto ciò si possono riconoscere i vicini trentini?

Non abbiamo risposte chiare. Di certo, nel cinema italiano degli anni 2000, è un autore romanissimo come Matteo Garrone ad aver proposto i ritratti più efficaci della provincia, soprattutto in film come L’imbalsamatore e Primo amore. Nel film di Francesco Sossai, complice anche l’alcolismo imperante (ma sempre mostrato come una simpatica bizzarria), spesso si cade nel cliché, se non nella caricatura. Restano però i luoghi, e i non-luoghi: il Trentino ha la fortuna di non avere una pianura capiente da riempire di capannoni industriali e villette kitsch, dobbiamo quindi immaginare due attoniti montanari inorridire davanti alla sostituzione di un vecchio bar di paese con un après-ski ricolmo di cittadini (i romani e i milanesi, ancora loro!).

E comunque autostrade fantasma, obbrobri architettonici e paesi stravolti dalla modernità (turistica, in questo caso, più che industriale) se ne trovano anche da queste parti, serve solo qualcuno che le riprenda e sappia raccontarle. Magari spalmando tutto di quella nostalgia che sembra uno dei toni dominanti del consumo culturale attuale, di cui resta protagonista una generazione – o anche due generazioni – di persone che non si rassegnano a invecchiare e che ricordano, o si illudono di ricordare, che ai bei tempi della loro giovinezza tutto era più bello e funzionava meglio. E forse è proprio questo che ha fatto centro nell’affresco provinciale di Le città di pianura.

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