Arma clandestina nell’armadio: indagini sul dna di una famiglia
Indagati un 40enne (già assolto per l’uccisione di un’aquila reale), i due fratelli e i genitori. La procura di Trento ha chiesto l’accertamento tecnico del Ris
TRENTO. Per risolvere il "giallo" dell'arma clandestina trovata in un armadio sono due i procedimenti aperti dalla procura di Trento. Il primo si è chiuso mercoledì con la conferma in appello della sentenza di assoluzione dell'imputato, un quarantenne che in precedenza era finito in un'indagine per l'uccisione di un'aquila reale. Il secondo procedimento è pendente: le indagini sono in corso, ampliate all'intera famiglia dell'uomo.
L'accusa di detenzione di un'arma clandestina - un fucile di fattura artigianale - è stata mossa al soggetto assolto nella prima inchiesta, ma anche ai suoi due fratelli, nonché ai genitori, dato che il fucile era stato trovato nell'armadio dell'abitazione di mamma e papà. I cinque indagati sono stati sottoposti a prelievo di Dna, per stabilire a chi appartenga il fucile. L'esito degli approfondimenti scientifici è stato negativo.
«Ignoto 1» e «Ignoto 2».
Sull'arma, come in un vero e proprio "cold case", non è stato rilevato il Dna della famiglia indagata. Ciò che gli esperti del Ris hanno trovato sono due tracce denominate "Ignoto 1" e "Ignoto 2", proprio perché relative a due profili genetici che non sono stati identificati. Era stata la stessa procura a chiedere l'intervento dei carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche di Parma per effettuare questo accertamento tecnico irripetibile.
I cinque indagati - padre, madre ed i tre figli, difesi dagli avvocati Maria Coviello e Paolo Chiariello - sono stati sottoposti a prelievo salivare finalizzato alle verifiche del Dna e hanno nominato come proprio consulente l'ex comandante del Ris, il generale Luciano Garofano. Al termine degli accertamenti, dunque, l'interrogativo è rimasto: non è stato possibile chiarire l'identità del responsabile (o dei responsabili) della detenzione illecita. Ma l'indagine non si ferma.
La prima perizia sul fucile.
Sul fucile era stata disposta una perizia già nel corso del primo procedimento, che vedeva indagato solo il quarantenne. L'arma clandestina, una calibro 45, era trovata nell'armadio della camera dei i genitori nel corso della perquisizione scattata nell'ambito delle indagini per l'uccisione dell'aquila reale.
L'arma, priva di polvere da sparo, era sistemata nella borsa accanto ad un silenziatore compatibile. Per gli investigatori, dunque, quel fucile di fattura artigianale era «nella disponibilità» del quarantenne. Ma in quella casa l'imputato non viveva da 5 anni. Nella sua abitazione nel Bellunese era invece stato rinvenuto un visore.
Tale strumento, secondo il consulente tecnico della difesa, Marco Leonardi Scomazzoni, non sarebbe stato compatibile con l'arma clandestina che, fra l'altro, non è neppure di recente fabbricazione. La difesa aveva chiesto il giudizio con rito abbreviato condizionato all'acquisizione della documentazione, ottenendo l'assoluzione dell'imputato «per non aver commesso il fatto», con conferma ora anche in appello.