Testimoni

Eleonora Colpo, infermiera trentina a Gaza: «Esperienza dolorosa ma spero di tornarci»

La trentacinquenne racconta il suo impegno per Emergency e la realtà di una situazione sempre più tragica, con la carestia che si aggrava: «La distribuzione paracadutata di viveri è un metodo inefficiente: molti finiscono dispersi e talvolta, cadendo, provocano feriti e morti. Intanto peggiora la denutrizione che misuriamo sui bambini. Ne ho visti con la pancia gonfia, coperti di mosche, poco reattivi agli stimoli»

di Fabio Peterlongo

TRENTO - Eleonora Colpo, infermiera trentina di 35 anni, ha vissuto in prima linea alcune delle crisi umanitarie più gravi degli ultimi anni, dall'Afghanistan alla Striscia di Gaza, dove ha operato fino a pochi giorni fa. Ha raccontato il suo impegno per Emergency, mostrando la realtà del conflitto, la dura lotta per la sopravvivenza.

«Dopo gli studi di Infermieristica a Trento e alcuni anni di pratica lavorativa, nel 2019 sono partita per l'Afghanistan, dove sono rimasta quattro anni. Curavamo molti feriti da esplosioni». Poi arriva la missione a Gaza. «La prima missione è iniziata il 24 dicembre 2024 e si è conclusa a fine febbraio. Sono partita in aereo da Venezia, facendo tappa a Istanbul e Amman, in Giordania. Abbiamo raggiunto il territorio israeliano a bordo di un autobus, in convoglio Onu sotto l'egida dell'Oms. Abbiamo attraversato il territorio israeliano scortati dalla polizia fino al confine con la Striscia di Gaza: un confine militarizzato, con muri, cancelli e filo spinato. Siamo entrati nella Striscia sui veicoli blindati delle Nazioni Unite. La destinazione era la guest-house di Emergency a Dayr al-Balah, città palestinese nel centro della Striscia».

Fin dai primi giorni, Eleonora ha potuto toccare con mano la sofferenza della popolazione.

«Attraversammo la Striscia su una strada che costeggiava il lungomare. Si incontra il poco che resta dei centri abitati, ma soprattutto le tendopoli sulle spiagge, a perdita d'occhio. È sulle spiagge che si concentra la popolazione più povera. Le tendopoli sono esposte al rischio mareggiate e le tende vengono spesso divelte dalle tempeste».

Eleonora ha lavorato presso due cliniche, principalmente presso la clinica Al Qarara, costruita direttamente da Emergency.

«Si tratta di una struttura simile a un poliambulatorio, dove ci occupiamo prevalentemente di pazienti cronici. Ma abbiamo anche un piccolo pronto soccorso e capita che arrivino persone in condizioni gravi: cerchiamo di stabilizzarle prima di trasferirle negli ospedali».

La preparazione del personale locale l'ha profondamente colpita.

«Non ce lo si aspetterebbe, considerando che laggiù c'è l'apocalisse. E invece, i colleghi palestinesi dimostrano una professionalità incredibile».

Terminata la prima missione, Eleonora è rientrata in Italia, prima di tornare a Gaza ad aprile e restare fino a fine luglio.

«La situazione si è aggravata. Siamo passati da assistere circa duecento persone al giorno, a quasi quattrocento. Abbiamo ricevuto pazienti feriti nelle resse che si creano durante la distribuzione del cibo. Ricordo un bambino di due anni, con una grave ustione sul torace: la folla lo aveva schiacciato sopra un pentolone in cui si stava preparando il cibo».

La carestia è un'emergenza quotidiana. «Non solo scarseggia il cibo, ma mancano anche i mezzi per cucinarlo: le bombole di gas hanno raggiunto prezzi esorbitanti, fino a ottocento dollari. La legna costa quattro o cinque dollari al chilo. Spesso le persone sono costrette a bruciare immondizie per scaldare il cibo».

I rifornimenti alimentari sono del tutto insufficienti e vengono spesso distribuiti con lanci aerei.

«La distribuzione paracadutata degli aiuti è un metodo inefficiente: molti viveri finiscono dispersi; talvolta, cadendo, provocano feriti e morti».

Eleonora ha osservato l'aggravarsi della carestia. «Ogni martedì i funzionari del ministero della salute di Gaza vengono in clinica per distribuire vaccini e cibo terapeutico. In quelle occasioni, misuriamo la denutrizione dei bambini con un nastro colorato al polso. All'inizio, i nastrini erano verdi, segno di buona salute; poi sempre più spesso diventavano gialli, segno di denutrizione imminente. Oggi il colore dei nastrini è rosso: denutrizione grave. Ho visto bambini con la pancia gonfia, coperti di mosche, poco reattivi agli stimoli».

Alla domanda se abbia intenzione di tornare a Gaza, Eleonora risponde: «È un'esperienza dolorosa e faticosa. Ho smesso di leggere i commenti su internet, perché molte persone negano la realtà di ciò che sta accadendo. Verrebbe da perdere speranza nell'umanità, ma poi penso ai miei colleghi a Gaza, alla loro generosità e al loro coraggio. E allora torno a sperare. Certamente, spero di tornare da loro in autunno».

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