Rischia sei anni di carcere per la bugia di una minore, scagionato dalla lettera di scuse
L'uomo è finito a processo con l'accusa di aver ceduto hashish e psicofarmaci all'amica di 16 anni. La ragazza: “Avevo paura - gli ha scritto - a dire che le pastiglie te le avevo rubate io”
TRENTO. La ragazza, sedicenne all'epoca dei fatti, aveva assunto hashish, tavor e xanax: un mix pericolosissimo, che le aveva causato una crisi epilettica. Le sostanze erano a casa di un adulto, suo amico. Quest'ultimo è finito a processo con l'accusa di aver ceduto alla minore stupefacenti e psicofarmaci, ma anche per detenzione di droga ai fini dello spaccio.
Rischiava oltre 6 anni di carcere, ma il giudice dell'udienza preliminare Marco Tamburrino lo ha assolto: la ragazza aveva incolpato l'amico solo per evitare guai, ma poi si era pentita e gli aveva mandato una lettera di scuse.
«Ti considero come un secondo papà - gli ha scritto - Mi spiace averti messo nei casini per una stupida bugia. Avevo paura a dire al giudice che quelle pastiglie te le ho rubate io, perché sappiamo entrambi che ero io a rubarle».
Tra la ragazza, oggi maggiorenne, e l'uomo, 55 anni, era nato un legame senza secondi fini: entrambi fragili, hanno trovato dialogo e intesa nonostante la differenza d'età. Perché, dunque, la giovane avrebbe "tradito" l'amico? «Davanti al giudice, ho pensato che se avessi fatto il nome di qualcuno sarebbe stato più facile per me».
Una bugia detta per proteggersi e non per cattiveria. Ma questo errore, anzi questa bravata - frutto anche della giovane età della ragazza, di una sua non maturità - avrebbe potuto determinare una severa condanna per l'uomo. La procura aveva infatti chiesto 6 anni e 6 mesi di reclusione per l'imputato e il pagamento di una multa di 30mila euro.
Se per la parte relativa alla cessione alla minore di sostanze a scagionarlo è stata la lettera di scuse della stessa ragazza, per quanto riguarda la droga trovata nella sua abitazione, 28 grammi di hashish, la difesa ha evidenziato che si trattava di un quantitativo destinato al consumo personale data anche la documentata dipendenza da cannabinoidi dell'imputato.
Del resto, non sono stati trovati bilancini di precisione o somme di denaro che potessero far pensare ad un'attività di spaccio.
In merito alle sostanze psicotrope, è stato provato che erano detenute legittimamente, in quanto prescritte dal medico per curare attacchi di panico e disturbi d'ansia e di depressione. L'indagine era partita dopo che la ragazza si era sentita male, colta da crisi epilettica a seguito dell'assunzione delle sostanze. L'episodio, accaduto in Valsugana, risale a maggio 2022.
«In questo, come in altri casi, la vicenda va calata nel particolare e specifico contesto in cui è nata: fragilità umane, caratteriali e psichiche - spiega l'avvocato Giuliano Valer, che ha difeso l'uomo nel procedimento - Spetta alla difesa fare emergere le peculiarità della singola situazione. Peculiarità che in questo caso il giudice ha colto nella esatta portata, restituendo all'imputato la libertà dal peso del processo penale: processo che, non va mai dimenticato, costituisce sempre una pena, un male necessario, al quale sono purtroppo soggetti anche coloro che vengono dichiarati innocenti».