Intervista

Nicola "Ballo" Balestri, dai Lùnapop a Oltrecastello sempre al fianco di Cremonini

Parla il bassista che ieri sera a San Siro ha aperto il tour 2025 dell'amico cantautore, dal quale non si separa ormai da ventisei anni, e che ormai dieci anni è un trentino d'adozione

di Leonardo Pontalti

TRENTO. Dopo tre anni di attesa ha ritrovato gli stadi e torna in ballo, lui che Ballo lo è per tutti da venticinque anni. Prima Ballodeilùnapop, poi Ballodicesarecremonini, che accompagna con basso (e banjo). Ma ormai da una decina d’anni Nicola Balestri è anche Ballo da Oltrecastello, dove vive. Poero doc, con la sua Erika e i figli Camilla e Tommaso.

«Ormai da otto anni. Eppure, la mia prima volta a Trento è di molto tempo prima e me la ricordo ancora. Quando a 17 anni venimmo a Radio Dolomiti per il lancio di ...Squérez?, allora il lancio del disco si faceva andando in tutte le radio locali. La rampa dell’Adige me la ricordo da allora».

Nicola "Ballo" Balestri, sempre al fianco di Cremonini

Venticinque anni dopo sono cambiate parecchie cose. Ma non il suo legame con Cesare Cremonini.

«Con gli altri ci siamo completamente persi di vista. Ma quando nel 2001 avevo cominciato a notare i primi segni di rottura, mi ero detto da subito “Occhio, qua”. Per suonare avevo rinunciato a tutto. Gli studi, il rapporto con i miei genitori. Era evidente che Cesare avesse un talento - di scrittura, musicale, di carisma - che tutti noi altri non avevamo. Qualcuno pensava di poter andare avanti anche senza di lui. Non ho fatto quell’errore diciamo».

E ora tornerà sul palco assieme a lui. Anzi, è già tornato, domenica scorsa con la data zero di Lignano. E ieri e stasera con le due date di San Siro, prima di altre dieci tutte sold out in altre sette città e il tour 2026 a Roma, Milano, Imola e Firenze.

«Il palco mi è mancato tantissimo. Erano tre anni che Cesare non tornava live ed è la dimensione che più dà un senso al lavoro di un musicista. C’è il lavoro in studio, puoi condividere ciò che fai attraverso i social. Ma essere lì tra la gente, con feedback diretti e anche il contatto fisico proprio, è un’altra cosa».

Pure trasferirsi e passare da Bologna a Trento è un’altra cosa. Anche se pare si sia ambientato bene.

«Ma sì, il mito secondo cui qua non c’è niente va sfatato. Certo, sono dimensioni diverse e Bologna mi manca, è casa. Ma il problema non è che a Trento non ci sia niente. Il problema è che a Bologna c’è tutto. Anche se non mi pento di essere qui, per la mia famiglia e per me. Perché qui si sta davvero bene».

È ancora vero? Perché a volte i trentini non ne sono più così certi.

«Fidatevi, che è vero. Ma non parlo solo di qualità della vita in generale o di servizi. Penso a Bologna e all’impatto del turismo di massa. Ormai come tante altre città è un motel a cielo aperto. Qui anche se a fatica si riesce ancora a conservare quella dimensione intima, genuina che fa la differenza. O penso ad esempio ad altre cose come il volontariato che qui è ancora autentico. Anche piccole cose come le feste di paese in giro per l’Italia si sono trasformate in food festival con le patatine a 12 euro, qui si vede che si lavora innanzitutto per fare comunità. Ecco, forse qualcosa mi manca, il mio Bologna, il calcio. Anche se sugli altri fronti siete ben forniti. Siamo, dai, anzi». 

Aquila o Itas?

«Calma, se parliamo di tifo, sempre e solo Virtus. Perché io ci sono cresciuto, facendo scherma e tennis e l’amore per il basket è arrivato da lì fin da ragazzino. Aquila - Virtus e Virtus - Aquila sia qui che a Bologna sono appuntamenti fissi e ci vado a vederle senza i figli, per far capire la tensione. Comunque, sono legatissimo all’Aquila, proprio per la mia passione per il basket che mi ha portato ad apprezzare i valori di questa società e la sua capacità di crescere. E poi sono amico di Toto Forray, abbiamo i figli nella stessa scuola. Nei vocabolari alla voce bandiera dovrebbero mettere una sua foto. La passione per la pallavolo e l’Itas me le ha trasmesse Erika invece, è una passione arrivata tardi ma che è forte».

Trentino a tutti gli effetti. Le montagne protagoniste della scenografia che apre i vostri concerti di questa estate le ha scelte lei?

«Riprendono un’idea che aveva proposto in passato Roger Waters e che a Cesare era piaciuta. [TESTO]Sono bellissime anche se sono frutto di un lavoro grafico di uno studio di Londra. Le vedo poco perché le ho alle spalle. [/TESTO]ma mi godo quelle vere qui. In tutta onestà devo dire che ero già appassionato di montagna, prima di conoscere Erika e di trasferirmi qui: avevo amici fin dall’infanzia nel Bellunese. Ma, insomma, diciamo che per un appassionato di scialpinismo, camminate e downhill come me, vivere qui è come stare in un negozio di giocattoli per un bambino».

Montanaro, tifoso, volontario in paese. Altri segni particolari di trentinità?

«Qui sono tranquillo, posso passeggiare per strada senza problemi. Poi se mi fermano saluto e chiacchiero volentieri, ma non ai livelli di quello che accade a Bologna, e non è male per un personaggio comunque pubblico».

In particolare, un artista. Proprio per un artista, è un peso essere sempre associato ad un altro artista, nel suo caso Cesare Cremonini?

«Se devo essere sincero, a volte sì, quando questo si traduce magari in uno scarso riconoscimento delle tue doti. Ma non è il mio caso, anzi. La consapevolezza di poter lavorare con un artista dal talento superiore al proprio non è frustrante. Poter affiancare nelle scelte, nelle decisioni una personalità forte come la sua è un valore aggiunto, non un limite. E poi siamo amici, siamo soprattutto amici».

Non è un caso che nella scaletta del concerto sia stato previsto un momento tutto vostro, quando Cremonini la invita con un «Ballo, torniamo a casa» introducendo “San Luca” seguita da “50 Special”, <TB>per farvi tornare non solo a Bologna, ma anche all’inizio di tutto.

«No, non è per niente un caso, è tutto studiato ed è stato pensato proprio anche per questo. Non era scontato essere ancora assieme su un palco venticinque anni dopo, ma è segno che oltre alla stima professionale reciproca che senza dubbio è forte, gli anni stanno rafforzando anche il legame personale».

Un legame che si rafforza e si rinnoverà su uno dei palchi più probanti per un musicista: com’è avere davanti San Siro pieno?

«È bellissimo. Per me non sarà la prima volta ma non lo dico con supponenza e poi non conta. Perché credo che il palco ogni volta si presti, a un artista. Che ogni volta non sa se ci sarà una prossima volta, se il pubblico ti riporterà su quel palco, se quel palco ti si concederà ancora. Ogni volta ricominci da zero, vale per l’artista con un disco, vale per un musicista con il pubblico e il palco, che vanno riconquistati ogni volta».

Professionalmente è stato comunque capace di prendersi anche i suoi spazi affrancandosi da Cremonini. Ad esempio in tv con Geppi Cucciari e “Splendida cornice”

«È un qualcosa che mi riempie di orgoglio, perché lavorare con lei significa davvero contribuire a prodotti di altissimo livello innanzitutto culturale. Era nato tutto in maniera casuale, simpatica. Forse qualcuno dei lettori lo ricorderà, durante la pandemia Geppi conduceva un altro programma, “Che Succede?” dove gli autori si erano inventati una sorta di Sarabanda con canzoni da riconoscere unicamente per le loro parti di basso. Così, in quanto bassista, mi avevano chiamato. Salvandomi tra l’altro da uno stato deprimente legato al Covid: ogni trasferta da Trento a Torino, dove registravamo, in treno, era una terapia, un toccasana. Quando poi è nato “Splendida cornice” mi hanno chiamato ancora, lasciandomi libero di farmi affiancare da una mia band. Per la prima volta ho potuto fare io ciò che fa Cesare, avere carta bianca e decidere (ride, ndr)». 

E al di là dei palchi e delle esperienze in tv, che vita vede Ballo, nel futuro per Nicola Balestri?

«Vorrei poter vedere un futuro sempre a Trento, con la mia famiglia, gli amici. Mettendo a frutto le mie competenze. Io la gavetta nel 1999 non ho fatto in tempo a farla, quando ...Squérez? uscì, il giorno dopo fummo gettati in un vortice. Poi però ho fatto il conservatorio, prima della laurea in Lingue orientali. Purtroppo mio padre - venuto a mancare come la mamma - aveva fatto in tempo a vedere solo il diploma e non voleva crederci, vista la rottura traumatica che ci aveva separato quando avevo mollato tutto per i Lùnapop. Al tempo avevo fatto tutto corsi sperimentali, Jazz sperimentale e Pop Rock sperimentale. Ora sono curricolari e al conservatorio di Trento tra l’altro sono seguiti da professionisti di altissimo livello, c’è Roberto Gallinelli al basso elettrico, c’è Stefano Pisetta al pop rock, che dirige anche il dipartimento delle nuove tecnologie e dei linguaggi musicali. È una bella realtà, molto viva. Ecco, se aprissero le graduatorie il mio sogno sarebbe poter andare a insegnare, proprio qui».

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