L'intervista

Federica Pezzoni: «A Sanremo poche donne. Ma le musiciste ci sono»

Insegnante e musicista, analizza la questione di genere all’interno del Festival. «Mancano le autrici: negli ultimi 10 anni solo l’11%. L’operato maschile è più premiato»

di Francesca Cristoforetti

TRENTO. Su 30 esibizioni in gara, solo 10 sono state le partecipazioni femminili. E la situazione non migliora sul fronte della stesura testi: 15 le autrici su un totale di 118 professionisti. Ma per la prima volta in 76 anni di Festival di Sanremo, il palco è stato calcato da una band composta da sole donne. Questi sono solo alcuni dei dati forniti dalla trentina Federica Pezzoni, insegnante di musica per l'associazione culturale Emus, diplomata nel 2022 in canto pop al Cpm di Milano, e impegnata in attività di divulgazione sulla questione di genere nel mondo della musica. La sua non è solo una fotografia sul gender gap dell'edizione del Festival appena conclusa, ma sul settore nella suo complesso. «Sanremo è solo la cartina tornasole dell'industria musicale - dichiara - nel settore le professioniste sono sotto rappresentate e non perché non ce ne siano. A parità di competenze privilegiamo un uomo piuttosto che una donna».

Pezzoni, parte del collettivo La Cantautrice, ha voluto raccogliere numeri anche su quest'ultimo Sanremo per dimostrare la disparità di genere. Cosa ci dicono i dati del 2026? Su 30 canzoni in gara, solo 10 erano rappresentate da donne. E se "sciogliamo" gli artisti e le artiste, contando tutti singolarmente, si parla di un 38% di presenza femminile, un pochino sopra la media grazie alla band Bambole di pezza. Se consideriamo il settore della musica nel suo complesso, comprendendo anche le autrici, le musiciste sul palco, oltre alle cantanti, la rappresentanza scende al 15% circa. E le direttrici di orchestra? Due su 30. Dato in linea, anzi forse superiore rispetto agli altri anni. L'assenza femminile è data per scontata: se la sotto rappresentanza fosse al contrario, verrebbe immediatamente notata. C'è poi la questione rispetto alla parte autoriale. Se la presenza femminile sul palco è il dato più "alto" che abbiamo (e anche quello più evidente), nel dietro le quinte la situazione è terrificante. Giusto per capire di che numeri stiamo parlando: la media di presenze femminili sul palco più importante di Italia in questi ultimi dieci anni è intorno al 25%. Se andiamo a vedere la categoria delle autrici, a Sanremo 2026 sono state 15 le firme sui testi in gara su 103 totali.

Cosa c'è dietro alla scrittura dei testi? Chi scrive le canzoni ha il potere di creare un immaginario che, soprattutto su quel palco, diventa parte di un vissuto culturale collettivo. Le canzoni non sono neutre, ma rispecchiano l'esperienza situata delle persone che le creano. Dunque, di chi è il punto di vista delle canzoni che cantiamo? Le donne sono spesso cantanti e performer, rappresentate nella loro forma fisica: ma il contenuto lo portano gli uomini. Di che numeri parliamo? Ho preso in esame gli ultimi 10 anni - dal 2017 al 2026 - e ho contato, brano per brano, autori e compositori accreditati (maschile non a caso). Ecco quello che è emerso. Su un totale di 258 canzoni risultano 904 persone accreditate di cui 797 autori e 107 autrici; praticamente solo un 11% di donne.

Andando a incrociare i dati sulla scrittura dei testo e sulla composizione della musica emerge che 175 canzoni sono state scritte interamente da uomini e solo 3 sono state scritte interamente da donne. I team misti sono 80 e la presenza femminile, nella maggior parte dei casi, si riduce ad una sola donna per gruppo. C'è però una differenza tra le autrici interpreti e quelle "pure", cioè chi scrive per altri senza interpretare la propria musica. Le autrici interpreti sono in costante crescita negli ultimi anni, mentre le "pure" rimangono praticamente stabili. Se da un lato sempre più artiste partecipano attivamente alla scrittura dei propri brani, trasformandosi in cantautrici (una tendenza positiva che segnala maggiore autonomia creativa), dall'altro il numero quasi invariato di autrici pure evidenzia che questo tipo di attività non è ancora una prassi consolidata per le donne. Negli ultimi dieci anni di Festival emerge che pochissime di loro svolgono questo lavoro in modo continuativo. Arriviamo a un totale di 22 autrici che fanno solo questo, in dieci anni. Quindi non è vero che mancano donne all'interno di questo settore. No, ma è un circolo che si autoalimenta: le professioniste ci sono, ma anche quando si propongono alle etichette, capita che queste ultime dicano di no perché ne seguono già una. E questa "basta". Non è una questione di capacità, c'è una barriera. La meritocrazia? Spesso sono le donne ad essere più preparate, ma c'è una differenza nel giudizio. A parità di competenze privilegiamo un uomo, dando più autorevolezza all'operato maschile. Quante sono state infatti le vincitrici al Festival nell'ultimo decennio? Solo Angelina Mango. Un meccanismo che si può cambiare? Sì, anche solo parlandone. Che il pubblico generalista possa cominciare a vedere queste cose. Iniziare a rendersi conto che non giudichiamo in modo equo, che c'è già una disparità in partenza. Cercare di promuovere le cantautrici anche meno conosciute o supportare la scena locale. Alla scorsa Milano Music Week, per esempio, l'associazione Equaly ha riunito tutte le associazioni e i collettivi che si occupano di musica in ottica di genere per parlare di come affrontare il problema nell'industria. Abbiamo presentato le proposte: io mi sono occupata della necessità di creare un osservatorio sui dati permanente a livello nazionale, che purtroppo non esiste ancora, per tutte le associazioni di settore (e alle istituzioni) con l'idea di fare un check ogni anno sulla situazione.

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