Emmanuel Carrere, Kolchoz e la fine del mondo
(ANSA) - ROMA, 04 MAG - Parlando recentemente di Philip Roth, Emmanuel Carrere è tornato ancora una volta sulla definizione di "autofiction", che spesso gli è stata attribuita, e che certo non ama. Ora in Kolchoz mette totalmente da parte la fiction per passare non soltanto all'autobiografia più profonda, quella delle radici, ma alla storia della genealogia della sua famiglia, e in particolare della madre in quello che chiama "un libro di pietà filiale". Diciamo subito che pietà ce n'è e tanta, ma non soltanto per la madre e il padre e, questa volta, nemmeno per se stesso, quanto per un mondo che sta scomparendo, il nostro. "…sono fra quelli, sempre più numerosi, convinti che stiamo andando incontro ad una catastrofe storica senza precedenti, il tracollo della nostra civiltà, se si è ottimisti o se si è pessimisti, l'estinzione della nostra specie. Se è vero - continua - se davvero sta accadendo questo, che senso ha scrivere di altro? Davanti al fatto che siamo otto miliardi sulla terra, al disastro ecologico irreversibile, alla crisi migratoria, davanti all'intelligenza artificiale che ci inghiottirà senza lasciarci il tempo di accorgercene, davanti, per inciso, alla fine della democrazia e di tutti i nostri valori, nostri in quanto occidentali…". Il fatto è che il senso è proprio capire che aprire quei cinque faldoni che raccoglievano - in quattro - la storia della famiglia della madre, metà russa e metà georgiana, e nell'altro del padre francese, di origini contadine, era rendere omaggio alla storia di questo Occidente devastato, alle passioni positive e malefiche che lo hanno travolto, alla nobiltà e alla miseria degli uomini che tra rivoluzione russa, nazismo e battaglie per la libertà, ne hanno segnato il corso. A partire da Pompeo che, attraverso Encausse e fino a Poti nel Mar Nero, è il filo che unisce i destini di quattro generazioni, metafora proprio di quel nostro Occidente. E allora eccoci ancora una volta travolti dalla capacità di questo scrittore di rendere universale la sua biografia, di trasformare in carne viva e condivisa la materia intima, di rendere collettivo il privato. Così come lui, e prima di lui l'amatissimo zio Nicolas, si sale a bordo di quella stanza in cui vorrebbero rinchiudersi e che, come il Nautilus di Ventimila leghe sotto i mari, racchiude tutto il mondo in pochi metri. Pochi metri, un'anima. Quello zio che con la sorella, sua madre, aveva un rapporto molto conflittuale, lo zio che non ha fatto che mentire e che Carrere ama da sempre, così come ha amato sua madre tanto da decidere di scrivere il libro nel momento in cui scompare, dopo appena cinque mesi seguita anche dal padre. E con lei avrà, come lo zio, una dolorosa rottura quando decise di parlare della mai chiarita vicenda del nonno collaborazionista, ucciso dai partigiani, come fece in Un romanzo russo. Ma più che l'angoscia in questo libro, che pure è intriso di morte, regna la gioia, così come non c'è la nostalgia seppure è solo un attraversamento della storia. È l'insieme del vivere, le biografie così affascinanti di quelle tante persone che dalla Georgia appunto, alla Russia, alla Germania, all'Italia e alla Francia, piene della loro generosità, delle tante lingue che condividevano, della loro inutile aristocrazia andata in fumo, hanno errato vivendo a volte mille vita in una, in un secolo tiranno che è iniziato molto prima e forse non è ancora finito. Per raccontare tutto questo Emmanuel Carrere sarà a lungo in Italia. Tra le sue tappe il 5 maggio alle 11 Institut francais a Milano, Palazzo delle Stelline, il 15, 16 e 17 maggio al Salone del libro di Torino. Il 3 giugno gli sarà conferito il Premio Internazionale Dialoghi di Pistoia seguito dall'incontro Il corpo della scrittura in dialogo con Paolo Di Paolo. (ANSA).