Favino dirige la moglie Anna Ferzetti in una gran prova d'attrice

(ANSA) - ROMA, 06 MAR - Ha avuto coraggio Pierfrancesco Favino a proporre questo 'People, Places & Things (Cose, posti e persone)' di Duncan Macmillan esaltandone da regista il lato ossessivo e disturbante, pur giocando anche su qualche paradosso comico, e con lui Anna Ferzetti, senza risparmiarsi con un personaggio così impegnativo, fragile e esasperato, in un'ottima prova d'attrice. Comunque proposta giusta, e applauditissima la sera della prima all'Ambra Jovinelli (dove si replica sino al 15 marzo), in anni in cui le dipendenze stanno diventando un problema sociale, da quelle da droga, sempre più diffusa, a quelle da alcol sino a quelle da social, e non riguardano solo i più giovani. La protagonista, che si nasconde dietro diversi nomi, dalla Nina di Cechov a altri inventati sino al suo vero, nel finale, Lucia, è un'attrice e una donna adulta e autodistruttiva, gravemente alcolizzata e tossicodipendente, che un ultimo barlume spinge a cercare di disintossicarsi ricoverandosi in un centro specializzato. E' "un urlo in cerca di una bocca" e ci prova due volte, una prima con la sfrontatezza, l'aggressività e le false sicurezze di chi continua a vivere una sua finzione, la seconda con maggiore disponibilità, grazie anche a una serie di incontri fortunati, a cominciare da Elia, un ex drogato diventato poi infermiere che cerca il confronto con lei e la protegge. Il sipario si leva su di lei, di spalle, una Nina in scena confusa, incapace di interagire con Kostja nel 'Gabbiano', non ricordando le battute e barcollando. Poi crolla realmente e metaforicamente il sipario che fa da fondale e irrompe l'ossessione con una musica fortemente sincopata, ripetitiva (purtroppo lasciata a volume alto anche durante l'intervallo), una discoteca dalle luci rosse lampeggianti che la inghiotte, in cui si perde, il caos senza il quale le sembra di non vivere. La ritroviamo all'accettazione del centro medico mentre parla con la madre, cui lei dà della stronza e questa l'accusa di far la drammatica. Si trova divisa (con echi pirandelliani) tra la verità del teatro e la finzione della vita e in certi momenti critici eccola, con bella invenzione visiva, sdoppiarsi con altre se stessa che le si agitano attorno, ma in realtà dentro la sua testa. Da vincere c'è il rapporto tra il recitare una parte (alla prima seduta terapeutica di gruppo invece di raccontare di sé, usa come schermo la storia della Hedda Gabler di Ibsen) e la difficoltà di essere se stessa, di accettarsi e mettersi in gioco dolorosamente, imparando a sopportare le cose, i posti, le persone che potrebbero ridurla in tentazione, anche perché la famiglia che ha alle spalle è dura e impietosa, specie la madre implacabile. Una prima parte (un po' lunga e cui forse gioverebbe al ritmo qualche taglio) appunto ossessiva, un gorgo che ci porta nell'inferno interiore della donna, tra finzioni, sofferenze, intolleranze e una seconda più intensa, che trova una sua via di uscita con una Ferzetti che lavora su un ventaglio di intimi sentimenti, dalla sofferenza al bisogno di affetto e comprensione, alla reazione e un Elia di Thomas Trabacchi dalle belle sfumature di vera umanità. Con loro è l'altro infermiere, più superficialmente aspro, di Toto Onnis, una realistica Betti Pedrazzi e molti altri, che hanno meritato gli entusiastici applausi della prima. (ANSA).