Tovazzi, in Australia per il vino e l'amore
Quando nell'estate del 2011 Marco Tovazzi conosce l'australiana Portia Monehan in un ostello a Oakland, in Nuova Zelanda, non pensava che quell'incontro fugace avrebbe cambiato così profondamente il suo futuro. E invece, sette anni dopo, a 32 anni Marco, cresciuto nel capoluogo, con in tasca un visto permanente per vivere in Australia, ha chiesto a Portia di sposarlo. Ciliegina sulla torta, ha ideato una sua etichetta di Sangiovese - con tanto di logo che ricorda l'orografia del Monte Bondone - prodotto con uve della Heathcote, una delle regioni vinicole più conosciute dell'Oceania.
Nonostante la nostalgia della famiglia, lenita da lunghe chiamate Skype con mamma Roberta e nonostante la passione interista che lo spinge ogni lunedì (complice il fuso orario) a seguire con il fiato sospeso gli highlights delle partite, il giovane trentino non ha nessuna intenzione di tornare in Italia. «Il mio futuro è in Australia», afferma con sicurezza: «Qui ci sono prospettive, l'economia è forte e il lavoro tutelato con stipendi adeguati. A fare bene i conti, la vita costa meno che in Italia», aggiunge. Prima di ottenere i documenti da vero «aussie», come si chiamano tra di loro gli australiani, Marco Tovazzi era uno dei tanti italiani sbarcati nella Terra dei canguri per la vendemmia. Laureato in Enologia ad Asti, il giovane ha radici agricole: la nonna paterna, infatti, possedeva mezzo ettaro tra kiwi e merlot ad Aldeno, dove ogni autunno la famiglia Tovazzi si riuniva per vendemmiare. «A 18 anni non si hanno le idee chiare sul proprio futuro. Mio padre è sempre stato un grande appassionato di vini, li collezionava, ed è stato lui a suggerirmi questa strada», ricorda il 32enne. È così che, nel 2011, come molti suoi colleghi del settore, Marco è partito per la Nuova Zelanda, vicino a Richmond, in modo da potersi esercitare nella vendemmia «australe». Poche ore prima di imbarcarsi per l'Italia ha conosciuto la sua attuale ragazza, Portia. «Per sei mesi siamo rimasti in contatto via Facebook, poi sono sbarcato a Brisbane, dove lei studiava, per ripetere l'esperienza nelle vigne australiane», racconta Marco. Da lì è cominciato un tira e molla tra l'Italia e l'Australia, con due visti annuali «working holiday» per lavorare in varie cantine e diversi periodi di relazioni a distanza.
«Nel 2014 ho capito che il mio posto non era più in Italia. Ho fatto domanda per il visto da coppia di fatto e in nove mesi ho ottenuto la risposta positiva», fa notare Tovazzi. Dopo due anni di vita nella Terra dei canguri, l'epopea migratoria di Marco è finita con la concessione della residenza permanente. «All'inizio mia mamma faticava a capacitarsi della mia lontananza. Avrebbe di gran lunga preferito una ragazza italiana», ammette sorridendo. «Ho deciso in fretta, ma non me ne sono mai pentito». La prova è che, pochi mesi fa, il trentino ha chiesto a Portia di sposarlo, con tanto di proposta in un punto panoramico affacciato sulla baia di Melbourne. Ma non è stato solo l'amore a convincere Marco a scegliere l'Australia. Da due anni, infatti, il giovane lavora come cantiniere alla Hoddles Creek Estate, un'azienda agricola di 40 ettari tra chardonnay, pinot grigio, merlot, cabernet, pinot bianco e sauvignon. Al suo lavoro come dipendente, la scorsa estate ha accostato quello di imprenditore. «Avevo voglia di mettere in pratica la mia esperienza di enologo e così ho deciso di produrre il mio vino. Ho scelto una varietà italiana e ho appena messo a riposo 1.150 bottiglie», dice con orgoglio. Un piccolo inizio, quella della «MT. Wines» - la denominazione è un omaggio alle iniziali dei due futuri sposi, ma anche l'abbreviazione inglese di «montagna» - ma Marco non nasconde obiettivi più ambiziosi. «Per la vendemmia 2018 aggiungerò anche sirah e chardonnay, cercando di raggiungere le vinerie di eccellenza australiane. Per ora l'idea di comprare un vigneto rimane ancora nel cassetto, ma mai dire mai...».