L'intervista

Pergine, la dottoressa Fruet ai saluti: ha curato tre generazioni

È stata la prima donna medico della città e fu tra i fondatori dello studio associato: «Dopo tanti anni, i tempi erano maturi. Ora potrò fare la nonna e concedermi qualche viaggio». «Bisogni crescenti e sempre meno medici: la professione ora andrà resa più appetibile»

di Luigi Oss Papot

PERGINE. Con il pensionamento di Antonella Fruet, Pergine saluta una figura che per quasi quarant'anni ha rappresentato molto più di un semplice medico di medicina generale. Per tre generazioni è stata una presenza costante, un volto familiare a cui affidare non solo problemi di salute, ma spesso anche preoccupazioni, fragilità e momenti delicati della vita quotidiana, la figura insomma del "medico di famiglia" capace di conoscere a fondo i propri pazienti, di entrarne con discrezione nelle storie personali e di costruire con loro un rapporto che va oltre la visita in ambulatorio. Un modello che oggi lascia spazio a una professione stretta tra burocrazia crescente, innovazione tecnologica e un rapporto con i pazienti diverso rispetto al passato.

Dottoressa Fruet, è arrivato il momento del saluto. Con quale stato d'animo vive questo passaggio?

«Dopo tanti anni, i tempi erano maturi. Questi sono gli anni più belli, in cui se avrò la grazia della salute potrò avere ancora l'energia di fare la nonna, fare qualche viaggio. Sono dunque molto contenta e serena di aver potuto salutare i miei pazienti ora».

Cosa ha voluto dire, per lei, fare il medico di famiglia?

«Ho sempre inteso essere proprio il medico di famiglia che ha contatto diretto con i pazienti, frequentandone la famiglia, la casa, alla vecchia maniera. Non mi ritrovo più in questa trasformazione, rapida, avvenuta negli ultimi anni. Ho avuto la fortuna di iniziare così la mia carriera, con il mio primo figlio che iniziava la prima elementare, ed anche di concluderla con il mio nipote più grande che quest'anno inizierà la prima elementare. Ho abbracciato tre generazioni».

Ora però sarà difficile trovare un medico che la sostituisca.

«Ci saranno sempre più persone che invecchiano, con bisogni maggiori, ma ci saranno sempre meno medici. Ci vuole programmazione, e bisogna rendere appetibile la professione. Questo incide soprattutto sulle colleghe donne».

In che senso?

«Io sono stata la prima donna medico a Pergine, ma ho avuto la fortuna e la possibilità di formare una famiglia con quattro figli. Ora le colleghe che potrebbero formarsi una famiglia, come potrebbero fare con una gravidanza? Si trovano senza nessuno che fa sostituzione, senza possibilità di chiudere l'ambulatorio. Non è giusto non poter avere una vita personale perché è stata sbagliata la programmazione aziendale degli ultimi anni. Questo è un lavoro totalizzante, ma è avvilente che con tutto quello che si è studiato e sudato per fare questa professione che poi diventi quasi una condanna per la vita privata».

Oggi si parla di "case di comunità", ma lei precorse i tempi con il suo studio associato.

«Ho iniziato con il mio studio nel 1997, poi nel 2002 abbiamo proposto il progetto. Ci siamo scelti io ed i dottori Guido Fruet, Eduino Bonincontro e Claudia Prevedello: la medicina di gruppo allora non esisteva. Capimmo che era vantaggioso poter lavorare insieme, in gruppo, con unità d'intenti (in un prossimo futuro lo studio si trasferirà nella casa di comunità di Pergine, ndr)».

In questi giorni tanti pazienti le hanno manifestato affetto.

«È forse la soddisfazione più grande. Ho ricevuto tanti messaggi, tanti saluti commossi. Alla fine ciò che resta sono le relazioni con le persone, quello che è sempre stato il mio modo di vivere la professione».

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