Il racconto

Franca Bellorio: «Ho perso una gamba, giorni terribili, ma ho conosciuto medici e infermieri bravissimi»

L'ex sindacalista e politica ha subito l'amputazione dell'arto come grave conseguenza di una frattura: “Non so se tornerò a camminare, ma non è la priorità. L'ospedale di Rovereto è al livello dei migliori centri italiani”

di Laura Modena

ROVERETO. Una caduta accidentale a inizio settembre, mentre rientrava a casa dopo la mattinata trascorsa in veste di volontaria alla scuola materna di Ala. Una brutta frattura, la visita all'ospedale e, solo pochi giorni dopo, un drammatico bivio: decidere di amputare l'arto oppure rischiare un'infezione, potenzialmente letale. Franca Bellorio, 67 anni, ha scelto la vita, «perché è favolosa e io non volevo rischiare».

In pensione dopo 42 anni di carriera come tecnico informatico, sindacalista per la Fim, Bellorio è un volto noto perché da sempre politicamente e socialmente impegnata. «Da ragazza ero iscritta al Pci, negli anni Ottanta scelsi Rifondazione comunista e poi al Comune di Ala ci sono entrata con una lista civica», racconta oggi dal reparto ortopedia dell'ospedale Santa Maria del Carmine. Già assessore alle Politiche del lavoro, componente della Comunità di Valle, dieci anni fa si candidò alla poltrona di primo cittadino.

«E anche adesso non sono certo in linea con la giunta provinciale, sia chiaro - precisa Bellorio - ma quando un settore pubblico funziona, e sul territorio trentino la sanità è un'assoluta eccellenza, allora va detto».

Signora Bellorio, come sta andando la degenza?

«Ormai sono ricoverata in ospedale da un mese e mezzo. Qui ho vissuto giorni difficilissimi, bui e dolorosi, e sono solo a metà del mio percorso. Non so se tornerò mai a camminare, ma in questo momento della vita non è nemmeno la mia priorità. Questa esperienza mi è servita per capire molte cose, prima di tutto che la nostra sanità è un'eccellenza. Forse l'ospedale di Rovereto viene normalmente percepito come una realtà piccola, poco esposta, e invece è al livello dei migliori centri italiani».

Eppure si sentono muovere critiche alla sanità, ad esempio per le lunghe attese.

«Guardi, quando sono arrivata in Pronto soccorso avevo già la diagnosi di una rara forma di neuropatia, individuata qualche anno fa, che mi ha compromesso la salute. Sono stata immediatamente presa in carico, mandata in sala gessi e poi in Ortopedia e traumatologia. Ho trovato un reparto fantastico, dove mi sono resa conto che ognuno sa esattamente cosa deve fare, l'organizzazione è perfetta. Quando sei ammalato o hai un dolore ti senti naturalmente molto fragile, e invece qui io mi sono sentita da subito protetta con grande professionalità e umanità. Io le critiche non le mando mai a dire, le faccio e basta, da sempre.

Qui posso solo elogiare tutto il personale che in questo mio percorso così difficile mi ha permesso di prendere la dolorosa decisione di amputare la gamba con la massima fiducia. Ho prima tartassato di domande il primario del reparto, il dottor Fabrizio Cortese, anche con qualche richiesta».

Cosa ha chiesto?

«Intanto devo dire che il dottore è "cortese" di nome e di fatto, perché mi ha talmente rassicurata e rasserenata che non solo mi sono decisa per l'amputazione ma ho anche avuto poi la voglia di raccontarla. Potrei forse nascondermi, pensare che agli altri non interessi la mia vicenda, e invece mi preme portare all'attenzione pubblica quello che io ho trovato in questo ospedale. Persone che amano il loro lavoro e lo svolgono con grandissima competenza, ma anche con delicatezza, con cura e affetto per i pazienti.

Nessuno mi ha imposto niente, anzi, ho chiesto di essere tutelata nella mia riservatezza, visto che ho una vasta rete di contatti e una cerchia familiare molto ampia. E così è stato, qui non mi sono mai sentita un numero, come magari avviene in altri grandi centri, e ho avvertito perfino tenerezza e amore nei miei confronti. Insomma sono orgogliosa di appartenere a un territorio che può vantare una realtà sanitaria così straordinaria».

Una realtà che cerca di attrarre i giovani verso le professioni sanitarie, appunto.

«Devo dire che nei confronti dei tanti giovani professionisti presenti nel reparto all'inizio ero un po' scettica. E invece con quei sorrisi e quella loro vitalità mi hanno trasmesso gioia e mi hanno riportato alla bellezza della vita. Poi sa cosa ho apprezzato moltissimo? La grande trasparenza nelle risposte.

Nessuno si è mai girato dall'altra parte, mi hanno sempre guardata negli occhi facendomi capire esattamente come stavano le cose, per aiutarmi a decidere con lucidità. La comunicazione medica, condotta in modo diretto e sempre con grande umanità, è un valore importantissimo per chi soffre, perché consente di riporre fiducia in chi si prende cura di noi. Solo se sai quello che hai, puoi affrontarlo al meglio».

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