La sentenza

Patriarcato in famiglia, quattro anni per il compagno padrone

A processo per maltrattamenti e abusi su minore diventati violenza sessuali: i fatti in questione vanno dal 2008 al 2014, ma la vicenda è venuta alla luce solo per caso

TRENTO. Patriarcato. È questa la parola spesa quasi due anni fa in tribunale e confermata in corte d'appello a Trento per definire quella convivenza, durata otto anni, che alla fine si è trasformata in incubo. E che è costata, in primo grado, una condanna a 6 anni e 8 mesi al 55enne ritenuto colpevole di avere maltrattato la compagna e i figli e, tra l'altro, essersi reso protagonista di atti sessuali su una ragazzina, la figlia di primo letto della compagna.

I giudici di secondo grado hanno confermato l'impianto accusatorio ma hanno riqualificato uno dei reati, il più grave, «declassandolo» da atti sessuali con minorenne a violenza sessuale e quindi condannando l'imputato a 4 anni di reclusione.

Le versioni tra accusa e difesa, ovviamente, sono diametralmente opposte ma i fatti, se confermati anche in cassazione, sono inquietanti. E si infilano in un periodo che, mediaticamente, ha acceso i riflettori sul comportamento di certi uomini nei confronti delle donne.

Le «loro» donne, quelle su cui comandare, quelle che «mi» appartengono. Su questo aspetto ha puntato molto la parte civile (l'avvocato Claudio Malfer) ma in parte è stato delineato anche dalla procura generale in linea con la pm roveretana Viviana Del Tedesco. Nei due gradi giudizio, in verità, si è pure ricordato che quanto succede dentro le mura domestiche va preso con le pinze perché non ci sono «esterni» a confermare e smentire. Non a caso la difesa (avvocata Evelina Pasini) ha ripetuto più volte, nell'arringa, che «non ci sono prove di niente».

Non stiamo parlando di un processo per furto, attenzione, ma di maltrattamenti in famiglia ripetuti e atti sessuali su una ragazza. Reati gravi, turpi, che non a caso prevedono pene elevate. E che, tra l'altro, sono emersi solo anni dopo. Perché i fatti in questione vanno dal 2008 al 2014 ma la vicenda è venuta alla luce solo per caso.

A dare il «via» all'indagine della procura, infatti, sono stati i servizi sociali che hanno raccolto la segnalazione di un consulente in una causa civile dove si doveva decidere sull'affidamento di un ragazzino, figlio proprio della coppia. In quell'occasione la sorellastra, più grande, ha confidato la lunga serie di angherie subite ad opera del compagno della madre.

Da qui è partito il procedimento che ha prodotto una condanna a quasi sette anni di reclusione in primo grado scesa a quattro ieri in appello. In tribunale a Rovereto, a dire il vero, la pubblica accusa che, pur cercando di smussare la pena, aveva formulato una richiesta di 12 anni di galera. I reati contestati, d'altro canto, come detto sono esecrabili. Perché minano la dignità di una persona ridotta, secondo il capo d'imputazione, ad un oggetto alla mercé di chi comanda.

Di ben altro avviso, chiaramente, è la difesa che ha sempre contestato le date e soprattutto l'origine dell'inchiesta, figlia di una chiacchierata durante un'udienza per l'affidamento di un bambino. Ma andiamo con ordine. Per pm e parte civile questo è un classico caso di «dominio» padronale. E il racconto delle parti offese è agghiacciante.

Perché si parla di ordini assoluti in casa, obbligo di lavorare giorno e notte per mantenere la famiglia e, addirittura, affidare un bebè ad una bimba di 10 anni perché lo nutrisse mentre la mamma era al lavoro. Il tutto con l'esigenza di accudire l'anziana madre del compagno. A questo si deve aggiungere l'imposizione - per la donna e sua figlia - di girare nell'appartamento senza indumenti intimi e minacce continue oltre ad atti sessuali nei confronti della ragazzina. Questa è l'accusa terrificante.

La relazione è andata avanti per otto anni fino a quando la donna, dopo aver mandato sua figlia a vivere dalla nonna, è scappata di casa. Ed è qui che la difesa ha provato a giocare le proprie carte. «Non si è mai curata del piccolo che viveva con il padre. E queste accuse sono emerse solo durante la causa di affido esclusivo del bambino. Ma non c'è uno straccio di prova». Non la pensano così i giudici che hanno condannato il compagno-padrone con tanto di risarcimento alle parti civili: la donna, il figlio avuto con il compagno finito alla sbarra e la ragazzina.

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