Il caso

Mart, a 30 anni dal cantiere fine della causa per danni

I danneggiamenti causati dai lavori per il Museo di arte moderna e contemporanea sono stati risarciti e le case sulla collina ricostruite e restituite ai proprietari

di Nicola Guarnieri

ROVERETO. Il caso Mart - quello delle crepe in collina, non certo il museo da cartolina disegnato dall'archistar Mario Botta - è forse arrivato alla fine dopo trent'anni dall'avvio dei lavori. Il più importante museo d'arte contemporanea d'Italia, infatti, è stato inaugurato il 15 dicembre 2002 e il cantiere per far diventare Rovereto la capitale della cultura è partito addirittura nel 1996. Eppure qualcosa è andato storto.

La bellezza, certo, costa ma dopo aver affrontato il terzo millennio con il gioiello artistico che ha arricchito corso Bettini pensare di trovarsi ancora con il portafoglio in mano per pagare gli effetti collaterali dell'opera è quantomeno curioso.

Tagliamo corto: la questione danni alla collina durante lo scavo del Polo museale bottiano sembrava definita con case rifatte e risarcimenti saldati. Per onorare i debiti e consentire il taglio del nastro con tanto di autorità in doppiopetto, a inizio secolo, la Provincia staccò infatti gli assegni opportuni. Dopo, però, per evitare gli strali della corte dei conti ha deciso di rivalersi sul Comune di Rovereto e sugli studi tecnici che hanno progettato il Mart. E non sono certo bruscolini: 5 milioni di euro da versare in solido con la parte più cospicua (3 milioni di euro) a carico di palazzo Pretorio.

La vicenda era stata sospesa alcuni anni fa, dopo aver archiviato il filone precedente riguardante le crepe in via Bellavista. Poi si era passati a via Setteville e il giudice aveva congelato tutto in attesa della cassazione e del passaggio in giudicato della prima sentenza. Che, di fatto, avrebbe potuto fare scuola. Si è quindi ripartiti un paio d'anni fa con lo stesso Riccardo Dies che ha nominato un ctu per una perizia e con il Comune che, a sua volta, ha affidato il medesimo incarico ad un consulente di parte, l'ingegnere e geotecnicno Raffaelle Ferrari. In aula, però, non si tornerà più. Provincia e Comune, infatti, hanno deciso di sotterrare l'ascia di guerra giungendo ad una transazione: palazzo Pretorio paga di meno ma paga e il caso è chiuso.

I tempi per la definizione di quest'ennesimo contenzioso, senza un accordo tra le parti, sarebbero stati lunghissimi e la parola fine, probabilmente, sarebbe arrivata a decenni di distanza dall'apertura del Mart. E pensare che, negli anni, piazza Dante aveva assicurato a piazza del Podestà che non avrebbe mai giocato la carta della rivalsa economica sul ristoro delle «malefatte» strutturali prodotte dallo scavo nella collina di corso Bettini. Invece quella spada di Damocle è sempre rimasta pendente sulla testa di palazzo Pretorio perché il rischio di un intervento della corte dei conti non era affatto remoto. E perché, tra l'altro, dopo le numerose valutazioni peritali che si sono rincorse nel tempo, è emerso chiaramente il collegamento tra cantiere e lesioni alle case soprastanti.

I primi a rovinarsi, come si ricorderà, furono gli edifici di via Setteville con fessure grandi abbastanza da farci passare una mano. Anche all'epoca si risolse tutto con una transazione: la Provincia si impegnò a ricostruire le case a proprie spese (3 milioni di euro) a prescindere da chi si era arrangiato. Poi, con la realizzazione del garage del Mart, i problemi iniziarono in via Bellavista. E si andò in causa. Il conto, però, fu leggero: 40mila euro a famiglia ma il macigno fu l'aver scritto in sentenza, per la prima volta nero su bianco, che la collina era franata per colpa dei lavori del Mart. Parole sufficienti per aprire il nodo dei 3 milioni di soldi pubblici per la ricostruzione delle case di via Setteville. Oltre alla giustizia ordinaria, come detto, c'è però in attesa anche quella contabile, partendo proprio dal fatto che se il problema in via Bellavista era causato dal Mart, lo era anche quello in via Setteville. Quindi perché a pagare dev'essere la Provincia? Che, infatti, si è mossa per cautelarsi di fronte proprio alla giustizia contabile avviando una causa civile che ora viene chiusa con una transazione.

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