Cadde in discoteca e chiese 37mila euro: risarcimento negato dal giudice
La donna era scivolata sul pavimento bagnato riportando una doppia frattura al malleolo che aveva richiesto l’intervento chirurgico e una lunga riabilitazione. Ma il giudice ha respinto la sua richiesta
ROVERETO. Una caduta rovinosa a causa del pavimento bagnato durante una serata all'insegna della musica. E un danno importante che ha comportato un'invalidità permanente del 7 per cento e una richiesta di risarcimento di 37mila euro. Questi gli elementi di una causa discussa in tribunale a Rovereto e conclusa con un nulla di fatto per la donna che aveva citato in giudizio i gestori del locale.
Perché? Perché, si legge nella sentenza, «la mancata segnalazione immediata di un grave infortunio al personale della struttura, nonostante plurimi contatti diretti subito dopo il fatto, e il significativo lasso di tempo trascorso tra l'evento e la prima richiesta risarcitoria, impedisce ogni verifica oggettiva». In sostanza, non è stato possibile raccogliere prove concrete che la causa della caduta fosse riconducibile al pavimento bagnato e le testimonianze portate in aula dalla parte lesa non sono state ritenute sufficientemente solide e univoche da attribuire la responsabilità ai gestori del locale.
La vicenda risale all'inverno del 2022. Durante una serata tra amici, la protagonista della storia è caduta riportando una grave lesione alla caviglia. In particolare una doppia frattura del malleolo che ha reso necessari il ricovero, un intervento chirurgico e un lungo percorso riabilitativo. Secondo la donna, la causa dell'incidente sarebbe stata il pavimento bagnato del locale, circostanza che avrebbe trovato conferma nella presenza di ghiaccio, bicchieri e nel fatto che il suo vestito fosse rimasto intriso di liquido dopo la caduta.
La donna ha quindi chiesto un risarcimento di 37mila euro, oltre al rimborso delle spese sostenute per le cure mediche. Nella sentenza il giudice ricorda che, in materia di responsabilità per danni causati da cose in custodia, spetta innanzitutto al danneggiato dimostrare il nesso causale tra la cosa e l'evento dannoso. Solo dopo tale dimostrazione si attiva l'onere probatorio a carico del custode.
Nel caso specifico, però, il punto decisivo è stato proprio l'assenza di prove sufficienti sul nesso di causalità. I testimoni oculari hanno fornito dichiarazioni ritenute contraddittorie e lacunose. Inoltre la donna, dopo l'incidente, si è recata al guardaroba e successivamente alla cassa, entrando in contatto con diversi dipendenti del locale senza segnalare l'accaduto. A pesare sulla decisione è stato anche il tempo trascorso prima della richiesta di risarcimento: sei mesi. Un intervallo che, secondo il giudice, ha impedito ogni verifica oggettiva dello stato dei luoghi attraverso eventuali videoriprese, rendendo impossibile una ricostruzione certa dei fatti.