Storia

Quel viaggio in America che salvò gli italiani / 1

di Luigi Sardi

Alcide Degasperi, un uomo solo, fu protagonista 80 anni fa, della ricostruzione materiale e morale dell’Italia travolta dalla guerra perduta, che fece perno su quel partito con lo scudo e la croce, intuito prima della Grande Guerra quando a Trento, nella sua Trento, si scontrava ogni giorno con le idee e le dottrine dettata del giornale, quel “Il Popolo” di sicura fede socialista, di Cesare Battisti, Ernesta Bittanti e per un certo tempo - breve ma intensissimo - di Benito Mussolini.

Subito dopo il 1945 si trovò ad avviare una nuova epoca della storia nazionale ed europea. Doveva in primo luogo, unire un Paese che era stato divido dalla ferocia della guerra civile, tenere d’occhio la revisione dei confini raggiunti nel 1918 – su quello del Brennero la decisione nel 1946 di consegnarlo all’Italia e non all’ Austria fu di Stalin (il vero nome è Iosif Vissarionovič Džugašvili; divenne famoso con lo pseudonimo di Stalin, che significa "figlio dell’acciaio" che nel 1907 fu campanaro a Venezia nell’ Isola degli Armeni). Affrontò un trattato di pace che non fu durissimo, cominciò a trasformare gli italiani piegati dalla dittatura fascista, sbandati dalla guerra, impauriti, affamati, in persone consapevoli delle proprie capacità. E fu davvero determinante per consegnare al territorio da Borgetto al Brennero la nascita di una autonomia che ancora ci viene invidiata ma che noi, almeno così mi pare, trascuriamo un po’.


Degasperi che aveva conosciuto il rigore asburgico, l’ubriacatura del fascismo, due guerre, si trovava a governare un territorio alla frontiera di due blocchi con la presenza del Vaticano e del partito comunista di Palmiro Togliatti arrivato da Mosca, il più forte dell’Europa occidentale e pronto a prende le armi per una nuova ribellione. Fu nel mezzo del cambiamento fra Monarchia e Repubblica e fu artefice della ricostruzione morale e materiale dell’Italia che non cadde nell’orrore del bolscevichismo di staliniana memoria.


Dalla fine della guerra all’estate del 1947, il Trentino - in verità come tutta l’Italia - visse un tempo di enorme difficoltà, fame, ansia che si attenuò a partire dal marzo di quell’ anno. C’era stato alla metà di febbraio di quell’anno la pubblicazione sul settimanale “Tempo” all’ epoca il più diffuso, l’articolo intitolato “De Gasperi atterra a Washington: la Repubblica italiana comincia la sua vita nel consesso delle Nazioni Unite”.


Era la prima notizia felice dopo quelli sui ventimila soldati sepolti nelle battaglie dello sbarco ad Anzio degli angloamericani, delle portaerei nel mar della Cina che cercavano col radar “contatti telefonici con i Marziani” che si pensava già arrivati sulla Luna. Aveva suscitato una forte impressione la prima puntata della “campagna di Grecia” con la fotografia che mostrava, lo si legge nella didascalia, “la fanteria italiana in marcia nel tragico inverno del 1940 sui monti della Grecia. Senza armi, senza equipaggiamento, senza medicinali. Furono sacrificate dalla boria dei capi, migliaia di vite per una causa ingiusta”.

Nella pagina successiva cominciò la pubblicazione del diario di un generale italiano, un criminale di guerra sfuggito ad ogni giustizia, sulla avventura contro la Grecia. “I soldati italiani morivano come le mosche al venire dell’inverno. Sotto il cielo nevoso gli uomini montavano in linea sguazzando nel fango e quando un reparto giungeva di fronte al nemico le munizioni e i viveri giacevano ancora accatastati, nei porti d’imbarco in Italia.” Ma quel generale, una figura che ha sporcato la storia d’Italia, era al sicuro, negli uffici di Roma. A guerra finta lo arrestarono. Ma i suoi complici lo fecero fuggire. In Spagna protetto dal dittatore Franco.


Da ricordare che il 28 ottobre 1940 l'Italia aveva dichiarato guerra alla Grecia. Le truppe male armate e senza adeguato equipaggiamento, si mossero dall'Albania da dove erano scomparsi i reggimenti degli Schipeteri, per trovare ponti e strade frantumati dalle mine e l'offensiva venne subito bloccata dall'accanita resistenza greca e a metà novembre verrà impartito l'ordine di ripiegare. In dicembre l'esercito ellenico contrattaccò, il Regio Esercito si trovò con l’Adriatico alle spalle e dovette intervenire la Wehrmacht per salvare gli italiani da una disastrosa sconfitta. Ma la guerra alla Grecia salverà l’Europa e il mondo dal dominio della Svastica.

Appunto in quel 28 ottobre c’era stata la seconda visita di Hitler a Firenze; il Duce lo aveva accolto alla stazione di Santa Maria Novella con un sorriso raggiante, dicendogli che le italiche truppe marciavano vittoriose in terra greca; l’annuncio venne preso molto male da Führer e così l’incontro si tenne, anche se la folla a Firenze fu davvero “oceanica” e festante nonostante la pioggia battente, in un'atmosfera cupa e spettrale, molto diversa dai festeggiamenti inscenati nel 1938 quando era stato celebrato il rafforzamento del patto fra i due regimi.


Il Duce aveva voluto dimostrare che sapeva fare la guerra da solo; voleva anche vendicarsi del Führer che - lo si legge nei Diari di Galeazzo Ciano, il ministro degli Esteri dell’Italia fascista e marito della figlia prediletta del Duce - lo avvertiva quando la Wehrmacht aveva già varcato i confini degli stati aggrediti. Hitler si incupì. Adesso sappiamo che l’intervento tedesco costò una quantità enorme di materiale bellico, soprattutto ritardò di almeno due mesi l’attacco nazista alla Russia. Il 22 giugno del 1941, la Germania lanciò l'Operazione Barbarossa, l'invasione dell'Unione Sovietica rompendo il patto di alleanza firmato a Mosca il 23 agosto del 1939 per spartirsi la Polonia. Alla fine del 1940, le truppe tedesche erano avanzate di centinaia di chilometri fino a raggiungere la periferia di Mosca. Se l’assalto all’Urss fosse avvenuto un mese prima, forse quella guerra iniziata con ritardo per salvare il Regio Esercito dalla disfatta sui monti delle Grecia, avrebbe preso una piega diversa e tutta l’Europa sarebbe stata sottomessa alla Svastica. Un mese o poco più di ritardo salvò il mondo?


Ma ecco un'altra notizia che colpì gli italiani. Era la fine del marzo del 1946 e il settimanale “Tempo” pubblicava un ampio servizio fotografico per raccontare, e il titolo è “La nave è già Italia”, il ritorno in Patria da Casablanca in Marocco, di settecento soldati italiani, gli ultimi prigionieri di guerra in mano ai francesi. “I sei giorni di navigazione non volevano passare mai, sballottati come eravamo, prima dall’Atlantico e poi dal Mediterraneo. L’incrociatore Duca degli Abruzzi gemeva, si torceva e ciondolava a sinistra e a destra per il rullio prima per le onde dell’Atlantico poi del golfo del Leone in tempesta”. L’articolo di Federico Patellani l’inviato del settimanale, ci racconta che “un maresciallo ha distribuito 700 biglietti rosa per il viaggio ferroviario che porterà i reduci nelle loro case”, se quelle ci saranno ancora dopo una guerra che fu tremenda. Quell’anno tornarono i prigionieri di guerra: dal Canada, dall’India dove li avevano trasferiti gli inglesi, dalla Germania, ma non dalla Russia perché Stalin non li voleva consegnare e Palmiro Togliatti, il leader del Pci, il partito alleato dell’Urss, rimase a lungo in silenzio. Davvero non fece molto per aiutare i soldati italiani prigionieri in Siberia.


Don Onorio Spada, il Cappellano degli Alpini tornato dalla Russia, mi disse che i sovietici volevano trattenere gli italiani perché avevano bisogno di manodopera per compensare le enormi perdite subite nella guerra appena conclusa. Preferivano quelli che sapevano di Garibaldi e delle camicie rosse. Offrivano posti di lavoro faticoso ma pagato, facilitavano l’unione con donne di sicura fede comunista.


Ricordo benissimo le donne di Trento ammassate nella piazza devastata fra il monumento a Dante ancora circondato dalla protezione dei sacchi di sabbia e la stazione. All’improvviso si sentiva il fischio acuto e continuo di una locomotiva e allora la massa delle donne e molte tenevano per mano i loro bambini, correndo si riversava accanto ai binari. Ecco il treno che, ma lo si seppe dopo arrivava da Monaco di Baviera, gli uomini con le divise sporche e parecchio sbrindellate ammassati su carri merci. Il convoglio si fermò, dai vagoni scesero i trentini. Ricordo uno con il cappello da Alpino e una donna che, urlando il suo nome, corse verso di lui. Fu un gridare continuo con molte donne e mostrare le fotografie dei loro uomini, scandire nomi, grado, numero del reggimento di appartenenza. Per anni la “Domenica del Corriere”, pubblicò nella rubrica “Chi l’ha visto?” fotografie di uomini in divisa, la località da dove era giunta l’ultima notizia del disperso e tutte le indicazioni possibili. Tornarono in molti. Ma troppi sono rimasti là dove la follia della guerra li aveva scaraventati.


Ogni giorno i giornali raccontavano cosa accadeva a Trieste, Gorizia, Pola, Fiume invase dalle armate di Tito (il cognome era Broz, il comunista più scellerato di Stalin con i nonni che, forse, provenivano dalla Vallarsa) e si sentì parlare di Cortina di Ferro. Ecco: “Una cortina di ferro è calata sul loro fronte [dei russi]. Non sappiamo che cosa stia succedendo dietro di essa. Non c'è dubbio che l'intera regione ad est della linea Lubecca, Trieste, Corfù sarà presto completamente nelle loro (dei sovietici) mani. A ciò inoltre bisogna aggiungere l'enorme area tra Eisenach e l’Elba che gli americani hanno conquistato e che, presumo, i russi occuperanno fra poche settimane, quando gli americani si ritireranno”. Winston Churchill usò l'espressione "cortina di ferro” in un discorso tenuto il 5 marzo del 1946 a Fulton nel Missouri che rese davvero universale la frase “cortina di ferro”. Oggi sappiamo che Churchill ne aveva messo a conoscenza il Presidente degli Stati Uniti Harry Truman che lo approvò.


Il vero, la definizione “cortina di ferro” non è originale di Churchill. Il giornalista tedesco Max Walter Clauss corrispondente da Lisbona del settimanale Das Reich usò quell’ espressione in un articolo pubblicato il 18 febbraio 1945.

La Guerra Fredda fu un periodo di forte tensione geopolitica e ideologica tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e i rispettivi blocchi di alleati, che durò dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino alla caduta del muro di Berlino nel 1989 e al successivo crollo dell'URSS nel 1991. Nonostante il nome, non si trattò di un conflitto militare diretto tra le due superpotenze, ma di una competizione su vari fronti: politico, ideologico, economico, tecnologico e militare, con frequenti scontri indiretti a livello regionale.


Forse, la guerra in Europa, si evitò il 24 giugno 1948 quando i russi bloccarono gli accessi stradali e ferroviari ai tre settori di Berlino occupati da statunitensi, inglesi e francesi, e lasciarono la zona ovest della città senza corrente elettricità. Il presidente americano Harry Truman che aveva enunciato al Congresso quella che sarà chiamata “dottrina Truman” che impegnava gli Stati Uniti a sostenere "popoli liberi" minacciati dal comunismo. invece di inviare una colonna militare su Berlino che avrebbe scatenato la terza guerra mondiale che ancora serpeggia, avviò il famoso ponte aereo che aveva come base di arrivo l’’'aeroporto di Berlino-Tempelhof. Quel “ponte” consisteva nel rifornire di generi alimentari e di ogni altro prodotto necessario alla sopravvivenza della popolazione di Berlino Ovest circondata dai sovietici, ma anche dimostrare l’unità dell’Occidente e la determinazione nel contrapporsi ai disegni egemonici della Russia su Berlino. Truman che il 15 agosto del 1945 aveva concluso la guerra al Giappone con le due bombe atomiche, dimostrò che gli USA avrebbero aiutato ogni popolo libero a resistere a tentativi di asservimento, operati da minoranze interne o da potenze straniere. I sovietici rimasero impressionati dalla potenza aera del mondo occidentale e il “ponte” si concluse il 30 settembre 1949 dopo quindici mesi incessanti di voli. Ogni minuto atterrava un aeroplano per trasporto merci. Questi aeroplani venivano chiamati “Rosinenbomber”’ (bombardieri delle caramelle), perché i piloti lanciavano scatole di uvetta, caramelle, le famose confezioni di chewing gum che, chi era bambino in quei tempi, non ha dimenticato. Vennero compiuti 278.000 voli e consegnati 2,3 milioni di tonnellate di merci.


Ovviamente non si può dimenticare la meraviglio alla vista della Vespa brevettata il 23 aprile 1946. L'idea e il progetto furono di Corradino D'Ascanio, ingegnere aeronautico, incaricato da Enrico Piaggio di creare un veicolo pratico, economico e accessibile a tutti, in particolare a chi non aveva mai guidato una moto. A Trento veniva venduta a partire dalla primavera del 19047 dal concessionario Bruno Sighel che si affacciava su Port’ Aquila e uno dei primi a comperarla fu Aldo Zampiero e se quel veicolo apparve buffo, motorizzò in massa gli italiani e li portò in viaggi avventurosi da Bolzano a Palermo o ad Helsinki come fece Flavio Faganello, il famoso fotografo che, partendo da Sant’Orsola andò - e tornò - in Finlandia nell’estate del 1957.


Ma ecco l’inizio del viaggio di Degasperi. All’aeroporto di Ciampino il Constellation della Trans World Airlines, quattro motori, quaranta posti, velocità di crociera di 485 orari, aveva già acceso i motori. Quel trentino “prestato all’Italia”, come si diceva all’epoca, ricevette gli onori da un picchetto di Avieri americani e di Corazzieri. Indossava un cappotto che, secondo la leggenda, gli era stato prestato perché il suo risaliva a prima della guerra ed era troppo liso. Con lui c’era la figlia Romana, la sua infaticabile segretaria. Lo accoglie e lo accompagna fino alla scaletta dell’aereo il capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola che gli raccomandò - come scrisse negli anni Sessanta Giulio Andreotti - di chiedere agli americani di aumentare la razione di pane “perché con duecento grammi giornalieri la fame era davanti a tutti nelle città devastate dai bombardamenti”. A Trento c’erano macerie alla Portèla, nel rione di San Martino, in via Oriola, nell’attuale piazza Lodron. Gli sfollati avevano lasciato i rifugi di piazza Venezia e della Busa per vivere ammassati nella Torre Vanga e fra gli spazi di fortuna ricavati in quelli che adesso sono gli splendidi palazzi Trentini e Geremia.


In quel mese si era nel pieno della Guerra Fredda che opponeva gli americani in possesso della bomba atomica e gli alleati europei di fronte alla Russia di Stalin. C’era il timore di un attacco all’ Europa; Trieste e tutta la terra istriana restavano una questione apertissima e dolorosa.

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